Lo stesso giorno che in Spagna si proiettava con
prepotenza nel futuro – roseo o nero non vogliamo in questa sede entrare in una
questione così delicata – assistendo alla nascita di Javier, neonato
geneticamente selezionato per salvare la vita del fratello, in Italia si
ingranava la retromarcia del tempo votando la mozione per le Classi di inserimento: lo studente
extracomunitario non reputato capace di stare al passo con gli altri sarà
inserito in quelle che i leghisti hanno definito le “Classi ponte”.
Inevitabilmente tornano alla memoria le differenziali,
classi abolite nella metà degli anni Settanta, che riunivano studenti definiti
“inadatti alla scuola”. Testimoni di quel fenomeno affermano di avervi visto
confluire di tutto: dal ragazzo con ritardi mentali a coetanei particolarmente
disobbedienti, da chi aveva un disagio e lo esprimeva con difetti linguistici o
nervosi a chi infine era “ciuco” e qui Collodi con il suo mondo di “ciuchini”
può fornire prototipi perfetti.
Libri, riflessioni, dibattiti, pedagogisti, insegnanti,
psicologi, mamme e babbi hanno contribuito all’evoluzione del pensiero sulla
scuola, anzi direi all’evoluzione del pensiero italiano, al suo progresso
civile, giungendo alla conclusione che è nella socialità che il soggetto si
confronta, migliora, cresce, prova piacere e soddisfazione in quello che fa;
dunque no alle differenziali, no alle classi con le etichette.
Pensavamo infatti davvero che ormai si fosse compreso,
acquisito il concetto per cui nella scuola non si allontana, ma si “avvolge”;
fare i gruppi di genere e di categorie, ad esempio classi di maschi e classi di
femmine, classi di buoni e di cattivi, di bravi e di ciuchi è scientificamente
regressivo e dannoso per la formazione cognitiva e comportamentale di quei
bambini che saranno i cittadini di domani. E che piaccia o meno l’Italia di
domani sarà multicolore.
Secondo recenti riflessioni in campo sociologico che si è
resi conto che le donne, tra gli stranieri, sono il maggior conduttore di integrazione e pensiamo che ciò avvenga
anche grazie alla scuola, all’andare a prendere la figlia e confrontarsi con
gli altri genitori, a parlare con gli insegnanti, a spiegare loro i propri
punti di vista, all’invitare la compagna di banco a giocare nella propria casa…
Ma si ha idea di quanto siano importanti simili relazioni anche per
l’apprendimento di una lingua nuova? Come pensa il Governo italiano di
integrare attraverso la disgregazione, escludendo invece di inserire? Sì, è
vero: una classe con tanti alunni stranieri (che siano comunitari o meno)
impone uno sforzo maggiore, può essere un problema, ma solo e unicamente per il
corpo docente! Il Governo italiano non può e non deve eliminare fisicamente il
problema, ma sostenere e ascoltare quelle maestre che da anni si stanno
confrontando con microcosmi di altri paesi. Sono loro che debbono aiutare il
Parlamento a capire dove e come migliorare situazioni limite, come usare
mediatori culturali, interpreti, progetti e figure di sostegno, visto che sono
anni che si confrontano con la diversità e sono anni che insegnano a leggere e
scrivere ai bambini dislessici, impauriti, forti, geniali, italiani, egiziani,
albanesi ecc.
Siamo al paradosso: si vuole integrare disgregando,
inserire escludendo… La verità è che non si vuole tutto questo. La priorità è non contaminare un modello di infanzia
superato, costruendo e proteggendo una tipologia di bambino che, cresciuto
nella scuola che vuole la Lega, sarà il futuro di una società buia e
conservatrice.
Per
noi, i bambini della scuola pubblica sono tutti uguali perché tutti diversi.